
(M. Cunningham)
L’arte è la rivelazione dell’essere. Secondo il medico, fisico e psicologo G.T. Fechner la danza è la prima fra le arti, la condizione autentica del vivere, espressione più pura del movimento; ciò convalida l’attenzione dai primi del Novecento per la danza intesa come la condizione più autentica del vivere, condizione che, se negata, conduce alla malattia e alla morte. La vocazione verso il corpo coincide con quella di raccontare e leggere il linguaggio corporeo come un racconto e, proprio perché il teatro e la danza possiedono la peculiare capacità di ridestare nell’umano la facoltà immaginativa, l’educazione e la formazione dell’attore-danzatore col suo corpo - non vengono lasciate al caso ma trovano un’organica sistemazione in un complesso di regole e principi.
Il corpo scenico, diverso da quello quotidiano, è allenato, virtuosistico, in grado di muoversi e agire secondo regole e principi che riguardano solo la scena; di queste regole si è occupata l’Antropologia Teatrale inaugurata da Eugenio Barba intorno agli anni ’70 che dedica la propria ricerca al corpo del performer.
Le tecniche e i principi che rendono vivo il corpo dell’attore-danzatore sulla scena vengono posti come condizioni utili alla prassi, ovvero – secondo le osservazioni di Jerzy Grotowski – come “leggi pragmatiche”. Tali leggi, definiti principi-che-ritornano fondano il corpo dell’artista, lo rivestono e lo rendono credibile allo spettatore, il quale accede al mondo della rappresentazione osservando un corpo non più quotidiano ma extraquotidiano. Prima di arrivare ad una teorizzazione così chiara le riflessioni attorno al corpo scenico e all’arte della danza si sono mantenute su basi più filosofiche e letterarie; P. Valéry, autore de L’âme et la danse (1923), cercò una nuova definizione del pensiero e dell’arte come espressioni dell’assoluto umano scorgendo nell’infinito perpetuarsi del movimento l’unico modo di incarnarsi del senso dell’essere; il poeta francese ricercò una danza assoluta che traesse origine dalla vita stessa: “il danzare è il pensare nell’atto stesso del suo prodursi e … l’uomo, lasciandosi possedere totalmente dal movimento, diventa egli stesso il creatore dello “spazio-tempo”. La danza si configura anche, secondo il filosofo W. F. Otto, come la regina delle arti, la forma originaria dell’essere umano; con la danza l’uomo gioca la propria finitezza fisica nel ritmo dell’azione e giunge ad affermarsi quale creatore dello spazio metafisico del proprio essere. Tra filosofia e pratica è stato necessario trovare una definizione concreta di danza: disciplina artistica, arte, tecnica, movimento, atto puro, manifestazione dell’anima, la danza probabilmente non rappresenta altro che se stessa e, sul piano concettuale, è difficile percepire nettamente dove la teoria si manifesta nella danza e dove la pratica diventa teoria. Durante il corso della storia umana, nei luoghi più disparati del pianeta Terra, la danza ha avuto una propria evoluzione cercando sempre in ogni movimento un atto puro, di rivelazione che, dia spazio alla manifestazione dell’anima, alla ricerca del benessere interiore o invochi divinità soprannaturali. Qualsiasi fine abbia avuto la danza essa è l’unica arte che si svolge contemporaneamente nel tempo e nello spazio. E nel tempo e nello spazio avverrà il nostro viaggio nei prossimi articoli, alla ricerca di come la danza si sia evoluta sino a oggi affermandosi come specchio della società, del pensiero e dei comportamenti umani.
Daniela Russo, Roma





